Biloslavo, la guerra a tutte le latitudini

Biloslavo e Bellini

Guerra, guerra, guerra. Fausto Biloslavo deve averne sentito l’odore, assaporato la fatica, visto le atrocità. Ne ha raccontate la maggior parte da quando, nell’ormai lontano 1982 (la caduta del Muro di Berlino era ancora un lontano miraggio), approdò in Libano come inviato della Gazzetta Ticinese per raccontare il conflitto che aveva coinvolto quel paese. All’epoca era poco più che ventenne ma ben sapeva che quella passione/lavoro lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Biloslavo, tra i più conosciuti reporter di guerra in Italia, è stato ospite dell’Associazione Culturale Incontri Esistenziali nella serata dal titolo “Guerra, guerra, guerra. Il primo caduto di ogni guerra è la verità”. Partendo dal suo libro, che porta lo stesso titolo, ha raccontato la vita trascorsa sui fronti caldi di tutto il mondo. Dalla Cina al Sud America, dall’Africa ai Balcani ha documentato le guerre più conosciute così come quelle che lui stesso definisce «dimenticate, che coinvolgono gli angoli più remoti del mondo».

Triestino di nascita – «una città che vive con le cicatrici della storia, martirizzata dalle guerre del ‘900» – ha presto capito che quella bella città non poteva frenare il suo desiderio di girare il mondo, cercare l’avventura e raccontare le guerre: «così assieme ad altri due pazzi triestini (Almerigo Grilz e Gian Micalessin, nda) sono partito. Ci siamo inventati un’agenzia di stampa, l’Albatross press agency, per andare là dove i fatti accadono e filmare in prima linea la guerra. Siamo partiti con la canzone di Vasco Vita spericolata nella mente».

Da lì l’inizio di una «passione non facile – ricorda Biloslavo – perché la morte è sempre compagna di viaggio di ogni reportage. Bisogna mettere in conto che puoi non tornare indietro: se fatto bene il nostro mestiere è pericoloso. Tuttavia sono convinto che nessun articolo vale la vita. Il primo pensiero è sempre tornare, poi si pensa a pubblicare il pezzo». Effettivamente in un paio di occasioni il rischio lo ha corso veramente.

Nel 1987 l’anno horribilis per i tre amici. Grilz muore ma Biloslavo e Micalessin decidono di continuare il lavoro. Fausto è in Afghanistan quando, andando a cercare un mujaheddin rimasto vivo, si trova un kalashnikov imbracciato da un soldato russo puntato alla testa. Rimane in prigione 7 mesi a Kabul vedendo tante atrocità commesse sui suoi compagni di cella e solo l’intervento di Cossiga, al tempo presidente della Repubblica, lo riporta in Italia. L’anno successivo sempre a Kabul viene investito da un camion sovietico e rimane in fin di vita. Tre mesi a letto e sei sulla sedia a rotelle lo hanno pian piano rimesso in sesto.

Perché tutte le volte riparti per una nuova guerra? Quando si sperimenta la morte così vicina è lecito porsi una domanda del genere. «Da quell’esperienza a Kabul ho capito la forza della passione per questo mestiere – afferma sicuro -. Quello che mi spinge è tornare a raccontare le guerre, mi spingeva l’idea di non restare su quella sedia a rotelle. Questa volontà nasce in un momento ben preciso: personalmente l’ho vissuto in Uganda. Ogni giornalista di guerra deve arrivare alla “sottile linea rossa”, quando ci si arriva davanti bisogna decidere se cambiare mestiere o valicarla. In Uganda mi sono trovato davanti ad una marea di cadaveri. Un orrore, lì ho capito cos’è. Mi sono fatto amico l’orrore, mi sono chiesto: chi me lo fa fare? Di fronte a quella linea rossa l’ho sorpassata, mi sono acceso un sigaro e ho cominciato a scrivere e a fotografare. Lì ho capito che quella sarebbe stata la mia vita».

Gli aneddoti da raccontare potrebbero essere ancora numerosi ma solo l’esclamazione finale di Biloslavo rassicura quanti lo hanno ascoltato: «Ho sempre cercato di trasmettere il senso della guerra, cioè che è una follia».