Faggin: «L’uomo è infinitamente più grande della macchina»

Mentre la platea del teatro Duse aspetta l’arrivo di Federico Faggin, c’è chi scrive un messaggio al cellulare, chi scatta una foto, chi guarda un video. Tante dita battono su piccoli schermi illuminati, dando per assodato che un semplice tap-in ti condurrà ad un’altra sezione del dispositivo. C’è chi però, quei dispositivi, li ha pensati, progettati e realizzati. Anni e anni fa. Proprio per questo Federico Faggin, nome sconosciuto alla maggior parte degli italiani, è uno degli inventori che più hanno impattato nella vita e nelle abitudini di ciascuno di noi. Nato a Vicenza nel 1941, è residente negli Stati Uniti da oltre 50 anni.

Uno dei primi cervelli in fuga? Forse sì, ma per dare vita a ciò che aveva in testa aveva bisogno niente di meno che della Silicon Valley, «l’America dell’America, un luogo di frontiera, un mondo nuovo dove si respira un clima di innovazione» come l’ha definita mercoledì 9 ottobre ospite degli incontri Esistenziali al Duse.

Il pretesto era dato dalla presentazione della sua autobiografia Silicio, volume edito da Mondadori nel quale narra le sue 4 vite. La prima, con l’approccio al mondo del lavoro in Italia. La seconda, con il trasferimento nella Silicon Valley dove con Intel ha sviluppato i microprocessori. La terza, dove è diventato imprenditore avviando numerose aziende. Infine la sua “ultima vita”, non ancora chiusa, nella quale si interroga sulla scoperta della coscienza: «viene prima della materia o no?», si chiede Faggin. Ora, che lo faccia un filosofo o un antropologo, non vi è nulla di strano. Ma che si ponga in questi termini un fisico, inventore del microprocessore, del touchpad e del touch screen, uno che ha anticipato ed è entrato in contatto con persone del calibro di Bill Gates e Steve Jobs, fa riflettere. Quanto meno desta stupore e ammirazione.

Il problema, come recita il titolo dei nostri incontri, è esistenziale. Lo si capisce bene quando, dopo una prima parte dell’incontro abbastanza lineare, nella quale ha elencato tutte le scoperte pionieristiche fatte in America, si è aperto del tutto al pubblico: «A 50 anni avevo raggiunto tutto: ero ricco, ero un uomo in carriera, avevo una bella famiglia… ma dentro mi sentivo morire. Era un momento particolare della mia vita in cui cominciavo a prendere atto di un qualcosa in me che prima non conoscevo. Avevo trascurato me stesso, non guardavo dentro di me perché ero preso da quello che avevo da fare».

Ma poi la svolta: «Nella realtà che stavo vivendo ho avuto un’esperienza straordinaria di consapevolezza: ero in montagna quando una notte ho percepito che tutta la sostanza è fatta di amore. Tutto il mio corpo vibrava ed era parte di un insieme. L’amore che sentivo dentro di me era lo stesso che era fuori di me. Questa esperienza mi ha guidato per i successivi 30 anni e continua tuttora».

Un ricercatore, nel vero senso della parola. Un uomo che, stando ai canoni del mondo, nel momento di massimo splendore della sua carriera avrebbe dovuto sentirsi realizzato, e invece è vuoto, insoddisfatto. E così comincia a cercare un modo per essere felice attraverso dei tentativi, alcuni riusciti altri meno. Un uomo mosso dalla passione per ogni oggetto con cui ha avuto a che fare: dall’aereo che costruì da ragazzino fino agli elementi invisibile che costituiscono un computer. Un uomo che, dopo una vita alle prese con macchine tecnologiche, è fermamente convinto che «noi uomini siamo infinitamente di più di una macchina, la nostra natura è divina».